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Il contesto economico energetico nel 2018

Andamento economico

Nel 2018 l’economia mondiale è cresciuta di circa il 3%6, in linea con i ritmi del 2017. Gli Stati Uniti e la Cina continuano a trainare la locomotiva mondiale, aiutati dagli effetti di politiche fiscali espansive, mentre la crescita nell‘Eurozona si mantiene su tassi più contenuti. La normalizzazione delle politiche monetarie nei Paesi avanzati (soprattutto negli Stati Uniti) genera forti pressioni sui mercati emergenti (in particolare quelli strutturalmente più deboli). L’incertezza geopolitica caratterizza persistentemente il contesto esterno. Le politiche protezionistiche, sebbene costituiscano un rischio per la crescita mondiale, come sottolineato a più riprese da importanti istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), sono sempre più un’opzione valutata per il rilancio dell’economia nazionale. Tuttavia, nonostante la guerra commerciale intrapresa dagli Stati Uniti, la Cina registrerà nel 2018 il più grande surplus commerciale con Washington da oltre un decennio, con un avanzo in crescita del 17% rispetto al 2017. In Europa continuano senza significativi progressi le trattative riguardanti la Brexit, con l’ulteriore rinvio da parte del Parlamento britannico dell’approvazione dell’accordo preliminare raggiunto tra il primo ministro, Theresa May, e l’Unione Europea, mentre la minaccia di una procedura d’infrazione e le tensioni registrate tra l’Italia e l’Unione Europea riguardo alle strategie di politica fiscale del Paese sembrano al momento essere rientrate.

Gli Stati Uniti sono entrati nel nono anno del proprio ciclo espansivo. Nel 2018 l’economia, spinta dalla recente riforma fiscale approvata dall’Amministrazione Trump, è cresciuta del 2,2%. Il mercato del lavoro è solido, con un tasso di disoccupazione in continua discesa dal 2009 e che è adesso al 3,9%, circa 40 punti base più basso del livello strutturale. Il rafforzamento dell’economia, oltre il proprio potenziale, ha sostenuto l’inflazione; infatti, mediamente i prezzi al consumo da inizio anno sono cresciuti del 2,4%, un tasso ormai oltre il target del 2% stabilito dalla Federal Reserve (Fed). Al fine di evitare un eccessivo surriscaldamento la banca centrale statunitense ha proseguito il processo di normalizzazione della politica monetaria, alzando ripetutamente il tasso benchmark (Fed funds rate target); l’ultimo rialzo di dicembre è stato pari a un quarto di punto portandolo a un intervallo compreso tra il 2,25% e il 2,5%.

L’Eurozona è cresciuta dell’1,8%, mostrando però segnali di rallentamento rappresentati da flessioni negli indicatori di attività reale e di fiducia (Purchasing Manager Index ed EC’s Economic Sentiment Indicator). I prezzi al consumo sono aumentati dell’1,7%, sostenuti dalla componente energetica; infatti, l’inflazione core (riferimento principale per le decisioni di politica monetaria) è ancora modesta (1%), sebbene in rialzo. Il mercato del lavoro è in miglioramento: nei primi 11 mesi dell’anno il tasso di disoccupazione è stato pari all’8,2% (in riduzione rispetto allo scorso anno) e i salari reali in crescita rispetto al 2017. La Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato che il programma di acquisti straordinario (Quantitative Easing) si concluderà alla fine del 2018, ma l’istituzione monetaria continuerà a reinvestire i flussi derivanti dal rimborso dei titoli in scadenza per garantire favorevoli condizioni di liquidità; i tassi di interesse dovrebbero restare invariati almeno fino all’estate del 2019.

L’economia italiana nel 2018 è cresciuta deIlo 0,9% in termini annuali. Il mercato del lavoro presenta un tasso di disoccupazione annuo pari al 10,6% e salari reali in aumento, mentre la dinamica inflazionistica è stata pari a +1,1%, con una maggiore accelerazione dei prezzi nella seconda parte dell’anno. I prossimi mesi saranno particolarmente importanti per comprendere gli impatti della strategia fiscale e delle politiche economiche sul rilancio della produttività economica del Paese.

La Spagna continua a espandersi a ritmi superiori alla media dell’Eurozona (2,5% nel 2018), sostenuta soprattutto da una dinamica particolarmente favorevole dei consumi privati (2,3%) e degli investimenti (5,8%). Infatti, il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro (il tasso di disoccupazione adesso è pari al 15,4% rispetto al 2013, quando era pari circa al 26%) e il livello d’inflazione contenuto (1,7% in media da inizio anno) hanno contribuito ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e a migliorarne la fiducia sulle prospettive future.

La Russia è cresciuta del 2,3% nel 2018. Il basso livello d’inflazione, oltre a portare guadagni in termini di reddito reale, ha permesso l’abbassamento del costo del credito e il conseguente aumento dei volumi erogati, alimentando i consumi privati. Nella parte finale dell’anno, proprio a causa di un rallentamento della domanda e di una leggera pressione inflazionistica, si è registrato un intervento della banca centrale con un rialzo del tasso di interesse (+0.25%) a fini meramente cautelativi.

La Romania continua a espandersi a ritmi sostenuti (4,2% nel corso dell’anno) principalmente grazie alla crescita dei consumi. Per effetto della forte pressione della domanda domestica l’inflazione è ancora molto alta (4,6%) e oltre il target della banca centrale (1,0%-2,5%). Il tasso di riferimento della politica monetaria è stato alzato di 75 punti base da inizio anno, attualmente pari al 2,5%, nel tentativo di evitare un eccessivo surriscaldamento dell’economia.

In America Latina il deterioramento del quadro macroeconomico globale ha evidenziato le criticità strutturali di alcuni Paesi (i.e. Argentina, Brasile), mentre invece altre economie (i.e. Cile, Colombia, Perù) hanno mostrato un ottimo grado di resilienza. In generale in quasi tutti i Paesi di interesse per il Gruppo (unica eccezione è l’Argentina e in parte il Messico) assistiamo a una dinamica inflazionistica contenuta, che favorisce i consumi domestici rispettando i vincoli fiscali.

In Argentina la robusta espansione del primo trimestre (3,6% rispetto all’anno precedente) è stata seguita da una altrettanto forte contrazione del PIL, con una decrescita complessiva pari a -2,6%. Lato domanda, gli elevati tassi d’inflazione (e.g. circa 33,8%) comprimono il reddito reale delle famiglie, mentre le aspettative economiche negative non incentivano nuovi investimenti.

La crisi di fiducia ha contribuito al deprezzamento del tasso di cambio, spingendo l’inflazione ben oltre il livello target e obbligando la banca centrale ad alzare il tasso di interesse di riferimento nel corso dell’anno.

Il Governo, nel tentativo di rassicurare i mercati e di coprire i propri bisogni finanziari, ha raggiunto un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per un piano di aiuti di oltre 55 miliardi di dollari statunitensi vincolato all’azzeramento del deficit primario entro il 2019 e al conseguimento di un surplus primario dell’1% nel 2020 (espresso in termini di PIL).

L’economia brasiliana nell’anno è cresciuta dell’1,3% rispetto al 2017, sostenuta dagli investimenti, che hanno rappresentato la principale componente con una crescita del 4,4%, e da un aumento dei consumi privati (favoriti dalla modesta pressione inflazionistica pari al 3,7% da inizio 2018) e dell’export, entrambi maggiori delle aspettative.

Il Cile continua la propria espansione (4,0% nel 2018 rispetto al 2017), sostenuta dai consumi privati e dagli investimenti. Lato domanda, il contenuto livello dell’inflazione (2,7% in media da inizio anno) ha contribuito ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie, mentre il miglioramento della fiducia economica ha spinto gli investimenti (6,1%).

Le condizioni economiche hanno indotto la banca centrale ad alzare il tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo al 2,75% nel mese di ottobre.

La Colombia è cresciuta tendenzialmente del 2,5%, grazie al contributo dei consumi privati e degli investimenti. L’inflazione (3,2% in media da inizio anno) è stabilmente intorno al target medio (3%) della banca centrale (BanRep); il tasso di riferimento della politica monetaria è confermato pari al 4,25%, lasciando quindi le condizioni di liquidità invariate. Il programma annunciato invece dalla banca centrale colombiana per l’incremento di riserve valutarie denominate in dollari statunitensi non sembra aver avuto impatti sui mercati.

In Perù le condizioni monetarie accomodanti (il tasso di interesse è stato ridotto di 150 punti base rispetto al primo trimestre del 2017 e da mesi è stabile al 2,75%) e l’attuazione di una politica fiscale controciclica (la spesa governativa è cresciuta del 3% rispetto al primo semestre del 2017) hanno permesso la forte ripresa dell’economia, che cresce del 3,7%. La pressione inflazionistica è stata lieve e pari all’1,3%. Dal punto di vista della finanza pubblica, il basso livello d’indebitamento (il rapporto debito su PIL è pari approssimativamente al 26%) garantirebbe lo spazio per prolungare lo stimolo fiscale, sebbene il Governo abbia ambiziosi obiettivi di riduzione del deficit nei prossimi anni.

Il Messico è cresciuto del 2,1% circa nel corso dell’anno rispetto al 2017. I consumi continuano a supportare l’espansione, nonostante l’inflazione sia ancora alta (4,9% in media da inizio anno). La vittoria di Andres Manuel Lopez Obrador alle elezioni politiche dello scorso luglio, e il conseguimento del nuovo accordo commerciale raggiunto con Stati Uniti e Canada (USMCA) hanno ridotto il clima di incertezza che ha impattato il contesto economico nella prima parte dell’anno. Ciò potrebbe sostenere le aspettative economiche e gli investimenti.

Nella seguente tabella sono evidenziati i tassi di crescita del PIL nei principali Paesi in cui opera Enel.

Incremento annuo del PIL in termini reali

%
20182017
Italia0,91,6
Spagna2,53,0
Portogallo2,12,8
Grecia2,21,4
Argentina-2,62,9
Romania4,26,8
Russia2,31,5
Brasile1,31,1
Cile4,01,6
Colombia2,51,8
Messico2,12,3
Perù3,72,5
Canada2,13,0
USA2,92,2
Sudafrica0,71,3

Fonte: Istituti Nazionali di Statistica ed elaborazioni Enel su dati ISTAT, INE, EUROSTAT, IMF, OECD, Global Insight.

Le quotazioni internazionali delle commodity

Nel corso del 2018 il mercato del petrolio è stato caratterizzato da due fasi ben distinte. Durante i primi nove mesi dell’anno si è assistito a un continuo e generalizzato rialzo dei prezzi che ha portato le quotazioni del Brent a raggiungere nei primi giorni di ottobre gli 86 $/bbl, livello che non si vedeva dalla fine del 2014. L’ultimo trimestre, invece, è stato caratterizzato da un repentino calo, con le quotazioni che sono scese di quasi 40 punti percentuali fino a raggiungere i 54 $/bbl verso la fine dell’anno.

Dal punto di vista dei fondamentali, l’andamento dei primi tre trimestri del 2018 è stato determinato da diversi fattori:

  1. una domanda a livello mondiale in crescita cui si sono aggiunti tagli alla produzione molto più incisivi di quanto preventivato, il che ha spinto verso la fine di marzo gli stoccaggi OCSE al di sotto della media degli ultimi cinque anni; 
  2. le preoccupazioni relative al brusco calo delle forniture iraniane a seguito dell’uscita da parte dell’Amministrazione americana dall’accordo sul nucleare; 
  3. il continuo calo dell’output in Venezuela; 
  4. e, infine, al di fuori dell’OPEC, i tagli imposti dalla provincia canadese dell’Alberta.

Durante l’ultimo trimestre dell’anno, nonostante le difficoltà produttive all’interno dei Paesi OPEC, la crescita ormai inarrestabile dello shale oil americano e alcuni segnali preoccupanti sul rallentamento della crescita globale con evidenti ripercussioni negative sulla domanda petrolifera (a ottobre le scorte OCSE sono nuovamente risalite al di sopra della media degli ultimi cinque anni) hanno contribuito al forte calo delle quotazioni. I tagli alla produzione annunciati dai Paesi OPEC e dalla Russia durante l’ultimo meeting di Vienna sembrano per ora non essere sufficienti a stabilizzare il mercato.

Anche il mercato del gas europeo ha vissuto alcune fasi di forte volatilità durante l’anno appena trascorso. Mentre, infatti, i primi mesi del 2018 si sono contraddistinti per una forte domanda, sostenuta da temperature particolarmente rigide che hanno fortemente depauperato le scorte spingendole sotto la media degli ultimi anni, l’inusuale tensione dei prezzi registratasi durante il periodo estivo è stata determinata da due principali fattori:

  1. forte domanda di iniezione a stoccaggio per ripristinare i livelli delle scorte; e 
  2. una domanda asiatica sostenuta che ha dirottato flussi di LNG verso il Far East.

A partire dal mese di ottobre la situazione si è completamente capovolta. Il repentino calo del prezzo del petrolio e il forte flusso di carichi di LNG diretti in Europa (l’import durante il mese di novembre ha raggiunto gli 8 miliardi di metri cubi, livello quest’ultimo che non si vedeva dal 2011), unitamente a una domanda non così sostenuta, hanno contribuito a un lento e costante declino dei prezzi.

Le dinamiche del mercato del carbone nel 2018 sono state caratterizzate da alcune peculiarità tipiche dei due bacini di riferimento, quello Atlantico e quello Pacifico.

In Europa, la competitività tra gas e carbone per quanto riguarda la generazione elettrica è stata la principale fonte di volatilità che ha contraddistinto il mercato europeo; infatti il forte rialzo del gas durante il primo trimestre e il repentino rialzo dei prezzi della CO2 non accompagnato da un simile andamento del carbone hanno reso gli impianti a carbone più competitivi rispetto a quelli CCGT, determinando un rialzo della domanda nel Vecchio Continente.

L’andamento debole delle quotazioni registrato durante l’ultimo trimestre è da ricondursi principalmente al calo della domanda e ai bassi livelli del Reno (data la forte siccità della precedente stagione estiva nel Nord Europa), che hanno limitato i flussi di carbone.

Nel Pacifico ancora una volta la Cina è stata il principale mover del mercato. Se, infatti, durante il primo semestre dell’anno la domanda cinese è stata sostenuta grazie a temperature rigide in inverno e particolarmente calde in estate, nell’ultima parte dell’anno si è verificato un allentamento delle tensioni sui fondamentali di mercato, con conseguente calo dei riferimenti di prezzo dovuto alla volontà da parte delle autorità cinesi di limitare nuovamente il livello di carbone importato.